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Macchiavalfortore. Il “Borgo del Principe”, della “gogna”, delle “grotte” e dei “musei”, sospeso tra le acque tranquille del lago, profuma di antico​.

by La Redazione
11 Giugno 2021
Tempo di lettura:4 mins read
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MACCHIAVALFORTORE. Nel Viaggio nel Molise del professore Luigi Pizzuto, lo stesso oggi ci porta a visitare il magnifico centro fortorino.

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Ecco il suo resoconto dal borgo del Principe.

”Terra di mezzo tra la Daunia e il versante molisano. E’ un borgo autentico dove l’azzurro del cielo si confonde con le acque cristalline del Lago di Occhito. Poche case, poche vie, come un presepe, disposte intorno al Palazzo del principe. Tutte baciate dal calore del sole. Pronte ad aprirsi ogni mattina con le loro finestre sul paesaggio lacustre sottostante, in un clima idilliaco. Un altro luogo del silenzio ci accoglie. Con sussurri preziosi e speciali che vibrano nell’aria.

Tra Sant’Elia a Pianisi e Pietracatella bisogna scendere giù, sul versante della riva sinistra del Fortore,  per raggiungere l’abitato sospeso sulle acque del lago.  Tra ritagli di ulivi, chiesette rurali, ricche di sacre curiosità, e profumi di macchia mediterranea ovunque delicata e aulente, il piccolo borgo subito ti accoglie. Ti abbraccia. Macchia è un borgo tranquillo, aperto e ospitale. E’ uno di quei luoghi dove è possibile fare escursioni e lunghe passeggiate tra singolari scenari di verde. Le piste sterrate ti portano a vivere lontano dal frastuono dei nostri tempi. A piedi, a cavallo  o a due ruote  si prova tanta soddisfazione. I pochi abitanti sono laboriosi. Da piccolo ricordo i contadini di Macchia quando nelle feste di giugno  vendevano le loro orgogliose primizie in sacchi pieni di peperoni e verdure, in bigonce stracolme di rosse e ghiotte ciliegie. Oggi risuonano sulle spalle le fatiche d’un tempo. Come nel passato fanno sentire l’attaccamento alla terra. A Macchia c’è una radice rurale al confine tra stili di vita e civiltà antichissime, i cui resti sono sepolti nel fondo del lago. E forse in tante cavità nascoste ancora inesplorate. L’intero paese è un punto fisso sul poggio più alto. Davvero singolare. Perché offre una visione a tutto campo dell’invaso artificiale tra i più grandi d’Europa. Dal lungo sbarramento, che congiunge il Molise alla Puglia, e che divide gli ultimi pezzi di terra di Colletorto e Sant’Elia a Pianisi da quelli di Carlantino, Celenza, fino alle ultime sponde di Gambatesa e all’erta ripida fino alla morgia di Pietracatella, è possibile vedere interamente l’ampio arco della sua lunga distesa. Tra rientranze, chiome sommerse, lingue d’azzurro e coste di tufo. A Macchia è stretto e vivace l’abbraccio tra storia, cultura e natura. In questo itinerario silente ci accompagna Leonardo Mastrogiorgio che conosce ogni pietra, ogni dettaglio, ogni famiglia e la gloriosa storia di questo piccolo paese nelle vicende del Regno di Napoli.

E’ felice quando parla di Macchia e della sua stagione di vita, tra casa, lavoro, campagna e famiglia. Inarrestabile la sua vena narrativa. Il paese, come si può vedere dal reportage fotografico, è dominato dal Palazzo dei Gambacorta, con torrione inglobato nella facciata e ai lati il rampante stemma nobiliare. La piazzetta, la chiesa, la porta d’ingresso al borgo sono dedicate tutte a San Nicola vescovo di Mira. A pochi passi, ben conservata sulla parete di una casa privata, spicca la gogna. Si tratta di una tortura feudale, rara nel suo genere,  forse l’unico esempio sopravvissuto in Molise.

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E’ sormontata da una bella Annunciazione, in  bassorilievo, datata 1560, prelevata dall’omonima chiesa da tempo scomparsa. Sulla gogna si vedono i fori e le tracce oscillanti delle catene che servivano per legare le mani del condannato esposto alla berlina, su un piedistallo,   per essere beffeggiato e deriso da tutti. La gogna, con questi segni di un potere rigoroso, sembra voler riaffermare la sua funzione. All’interno della Chiesa di San Nicola, unitamente ad altre opere sacre, è possibile vedere gli stemmi gentilizi, le reliquie dei Santi e, in bassorilievo, una crocifissione del XIV° secolo. Durante la visita, una vecchietta dal volto solcato da rughe profonde, spezza il silenzio. Ci chiama. Intona un affettuoso richiamo. Una icona orgogliosa. Vivente. Simile ad una vestale vestita di scuro s’affaccia sull’uscio ferito dai colpi del tempo. Con fierezza ci dice che ancora con gli anni, così avanti, raggiunge i suoi campi,  per non smettere mai di lavorare. Nel cammino vediamo uno dei portali più antichi. In Contrada Santa Maria si percepisce i racconto di un canto felice. Qui aleggia il profumo delle radici più pure del francescanesimo. Nei pressi della Cappella della Madonna degli Angeli, nel 1221,  San Francesco d’Assisi scelse di dormire all’aperto, sotto le stelle, prima di raggiungere la grotta dove apparve  San Michele Arcangelo, a Monte Sant’Angelo, sul Gargano. Procedono i passi tra gli eventi di ieri. Nel Cinquecento Macchia è feudo dei De Regina che nel 1618 lo vendettero  ad Andrea Gambacorta. A questo signore feudale, che vediamo nel ritratto dipinto da Antonio Campanelli, copiato fedelmente da una tela originale conservata  nel Comune di Carlantino, si deve la sistemazione del centro urbano più rispondente ai bisogni degli abitanti. L’ultimo erede di famiglia, Gaetano Gambacorta, è noto per aver promosso nel 1701 la famosa Congiura del Principe di Macchia con lo scopo di abbattere il governo del Vicerè spagnolo. Vi parteciparono cittadini del posto, armigeri di  Colletorto, di Celenza e dei borghi dell’Alto Sannio. Ma ben presto la rivolta fu soffocata nel sangue, perché  non ebbe l’appoggio del popolo partenopeo, nè dell’aristocrazia più potente di Napoli. Gaetano Gambacorta, per evitare l’impiccagione, fu costretto a rifugiarsi a Vienna. Morì nella capitale austriaca il 27 gennaio 1703, dopo aver preso una polmonite per essere uscito accaldato da un appassionante ballo di corte. Macchia Valfortore è il borgo delle grotte con i suoi antri scavati nel tufo, come tanti occhi pronti a lanciare l’allarme. Qui vanno ricercate  le sue radici primordiali. Da un interessante studio, condotto da Carlo Ebanista, Massimo Mancini e Ilenia Cincindella, si rileva una grande quantità di ipogei. “Sono state catalogate 81 cavità distribuite in 12 nuclei. Chiuse da murature con uno o più ingressi”. Molte di esse utilizzate come dimore, stalle, riparo per animali e ancora oggi come magazzini o cantine per tenere al fresco quanto di meglio offre la terra. Il piccolo borgo colpisce perchè  vanta un polo museale di tutto rispetto, ricco di opportunità. E’ costituito da ben cinque iniziative culturali: il Museo Civico di Storia Naturale della Valle del Fortore, l’Ecomuseo La Casa, i Mestieri e la Cultura della Memoria, il Museo Didattico dell’Antico Mulino ad Acqua della Famiglia Di Iorio, la Stazione di Rilevamento Sismico e l’Osservatorio Astronomico “Antonio Nobile”. Lasciamo a passi lenti, all’imbrunire, questo balcone inedito sul lago. Con affacci e tramonti ideali. Tra dolci profili. Rilassanti. Su chiesette solitarie, cavità segrete e macchie spontanee. Capaci di soddisfare a pieno chi ama lo spirito dei sentieri verdi. In questo contesto sconosciuto aleggiano mille pensieri. Tra non poche curiosità e memorie di ieri.
Tra i vicoli stretti si percepisce la dimensione del vuoto. L’assenza di chi è costretto a vivere in terre lontane. Macchia è un luogo dell’anima. Con tante note misteriose e gentili. Tutte da scoprire.

Tag: luigi pizzutomacchiavalfortoremolisepaesiviaggionelmolise

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