TERMOLI. Nella piazza del Duomo gremita, si è svolto il solenne pontificale per la festa di San Basso, patrono di Termoli, con la partecipazione delle massime autorità civili e militari cittadine. Tutta la città ha voluto stringersi attorno al suo santo protettore, celebrando una delle ricorrenze più sentite del territorio.
Durante la liturgia, il vescovo Claudio Palumbo ha pronunciato un’omelia intensa e significativa, richiamando la figura di San Basso come esempio di fede e responsabilità. Monsignor Palumbo ha affermato “la luminosa testimonianza di San Basso, Vescovo e Martire, ci raduna ancora una volta intorno all’altare della Chiesa Cattedrale per pregare e rendere gloria a Dio, in partecipazione e anticipazione in terra di quella celeste liturgia celeste che, come ci ricorda il Concilio Vaticano II: «…viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo». E facciamo questo insieme con tutte le schiere delle milizie celesti, cantando al Signore l’inno di gloria, ricordando con venerazione i santi, nella speranza dì di avere parte con essi, e aspettando come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli, che è la nostra vita, comparirà e noi saremo manifestati con lui nella gloria (SC, n.8).
Abbiamo appena sentito dall’Apostolo questa esortazione rivolta tra lacrime di commozione agli anziani, ai pastori di Efeso: Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge.
San Basso ha glorificato Dio tra le genti della sua Termoli, realizzando appieno questa parola dell’Apostolo: Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge. E ci invita, oggi, a riflettere, tutti, battezzati e consacrati, su questo invito a vegliare per custodire il giardino che il Signore ci affida – vita, creato, missione – con sempre duplice vigilanza, su noi stessi e sugli altri. L’esortazione non è peregrina. È rivolta a noi che, di fatto, per il battesimo e la consacrazione sacerdotale e religiosa, siamo nel novero dei settantadue discepoli, inviati da Gesù nell’ampia messe del mondo come agnelli in mezzo ai lupi.
Nella festa del celeste Patrono della comunità diocesana e cittadina, è lecito ampliare questa custodia-vigilanza a tutti coloro che, tanto nella Chiesa quanto nella società civile, hanno un compito di responsabilità, senza restringerlo soltanto ai pastori ecclesiali, ma a tutti, in quanto ciascuno è custode del fratello (Gen 4,9).
In tal modo, la lista di questi custodi-vigilanti, si allunga, cominciando dai genitori, che vogliamo ringraziare per il prezioso servizio che hanno svolto e svolgono, non senza sacrifici, per l’educazione delle nuove generazioni, la parte più preziosa ma anche più fragile della società, per arrivare a tutti noi, affidatari di un compito ricevuto per esercitare nella libertà e responsabilità il servizio al bene della persona e delle comunità.
Nel suo discorso agli anziani di Efeso, san Paolo apostolo ci ha indicato le coordinate per essere custodi del gregge, e di ogni gregge, insegnandoci come bisogna anzitutto vegliare su di sé, accogliendo ed apprezzando la vita come un dono e, in essa, accogliere la missione, ecclesiale o sociale che sia. Sì, accogliere la vita, oggi così svenduta e bistrattata, quando non sacrilegamente soppressa dalla mano dell’uomo nell’utero materno o dinanzi alla malattia e alla vecchiaia. Accogliere la vita ripetendo continuamente a se stessi parole intrise di senso e di vita: io sono un dono; io sono una missione; io sono un progetto da realizzare, unico ed irripetibile, della vita datami come un dono, io ne faccio un dono per gli altri. Tutto ricevendo e tutto restituendo nella gratitudine, memori dell’insegnamento dell’Apostolo: Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto? (1Cor 4,7).
Vegliare su se stessi contenti del dono della vita, e preoccupati non di volere aggiungere cose alla vita, ma vita alle cose; non giorni alla vita, che è nelle mani di Dio, ma vita ai giorni, riscoprendo lo stupore della vita, di ogni vita e sempre, consapevoli che siamo stati fatti come un prodigio (cfr Sal 139), coscienti che siamo polvere, ma polvere posta nelle mani di Dio, che sempre crea a ricrea, facendo nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5).
Vegliare amorosamente su se stessi senza addormentarsi, distrarsi, irrigidirsi, ma con uno sguardo sereno e rappacificato, pacificante, capace di saper cogliere ciò che unisce, mettendo da parte ciò che divide, attenti al particolare per valorizzare il tutto e vigilare, così, su tutto il gregge, minacciato, come abbiamo sentito, dai lupi rapaci, che non risparmiano il gregge, attentando il bene della nostra vita, della società, della famiglia, della Chiesa e del Paese.
Lupi dalla duplice provenienza: entreranno fra voi – sorgeranno di mezzo a voi. Vigilanza del custode sui due fronti: interno ed esterno, sapendo che, a volte, può essere più facile identificare il nemico che viene dall’esterno, che quello che cova all’interno.
La storia non manca di figure grandiose, persone di Chiesa e dello Stato, che hanno saputo difendere la gente, anche pagando di persona, da attacchi e dottrine perverse che minacciavano la vita della comunità e di interi popoli, calpestando soprattutto la dignità di ogni persona.
Il male non smette di fare la sua parte, oggi più subdolamente che mai: il lupo si traveste da agnello; il male si insinua, si mimetizza, si omologa, si sa vendere, si confonde, e confonde, diventa suadente. Di qui la necessità di rafforzare l’intelligenza e il fiuto per smascherarlo e combatterlo, curando e vigilando molto sull’interiorità, avendo una disciplina spirituale, perché il Maestro ci ha detto che il male viene dall’interno dell’uomo, ferito dal peccato: «Dal cuore, infatti – insegna Gesù – provengono i propositi malvagi, gli omicidi, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono impuro l’uomo» (Mt 15,19-20).
La vigilanza su noi stessi sarà vera ed efficace se, d’ora in avanti, non disattenderemo la cura verso ogni uomo che vive e fa la città dell’uomo; se saremo attenti ai suoi sogni e alle sue urgenze; alle sue vittorie e alle sue sconfitte; ai suoi traguardi e ai suoi ritardi; alle sue paure e alle sue speranze.
Per tutto questo, per vigilare su noi stessi e sugli altri, rimarremo in ginocchio e pregheremo uniti con le mani giunte davanti al Tabernacolo, chiedendo a San Basso di benedirci e sostenerci nel nostro non facile compito al servizio della Chiesa e del mondo, così da intravvedere, dall’orizzonte del nostro mare, il sorgere di una nuova alba di speranza. Così sia”.



















