di Chéri e Nicola De Francesco
LARINO. Care lettrici e cari lettori, da oggi il nostro quotidiano si arricchisce di una nuova rubrica settimanale dedicata ai libri e, soprattutto, alla lettura. Un collega della redazione ci accompagnerà, puntata dopo puntata, alla scoperta di volumi molto diversi tra loro: narrativa e saggistica, classici e novità editoriali, libri che parlano di storia, attualità, scienza, società, arte, passioni e idee.
Non si tratterà di semplici recensioni, ma di un invito esplicito a leggere. A fermarsi. A scegliere il tempo della riflessione in un’epoca che corre veloce, spesso troppo veloce, e in cui la mancanza di lettura si traduce facilmente in superficialità, disinformazione, intolleranza. Leggere non è un gesto nostalgico né elitario: è un atto civile, uno strumento di libertà, un esercizio quotidiano di pensiero critico.
In un contesto storico segnato da semplificazioni, slogan e conflitti urlati, i libri restano uno dei pochi luoghi in cui la complessità trova spazio e dignità. Questa rubrica nasce con l’ambizione – semplice ma necessaria – di ricordarlo, offrendo spunti, suggestioni e buone occasioni per tornare a frequentare le pagine scritte.
Speriamo che questo appuntamento diventi per molti di voi una consuetudine, un piccolo rito settimanale capace di accendere curiosità e, perché no, di cambiare prospettiva. Perché leggere non risolve tutti i mali della società, ma senza lettura quei mali hanno certamente vita più facile.
Il primo libro che il nostro Chéri ci presenta è ‘L’orologiaio di Brest di Maurizio de Giovanni, edito da Feltrinelli:
“Cosa succede quando a un certo punto della propria vita, bisogna fare i conti con il passato, un passato che non è dipeso da noi in prima persona ma dai nostri padri, paghiamo, in un modo o nell’altro gli errori fatti in anni in cui, come nel caso di Vera Coen, non si era ancora nati. Ma anche il peso delle responsabilità, qualora ce ne fossero, è pesante da digerire. In questo silenzio immobile sono immersi Vera Coen e Andrea Malchiodi.
Ha il destino scritto nel nome, Vera. Lavora come giornalista per un quotidiano locale e considera la ricerca della verità una missione. Ma a quarant’anni si ritrova con un lavoro insoddisfacente e precario, i dubbi di aver sbagliato tutto ad affollarle la mente e una scoperta sconvolgente con cui fare i conti. Il professor Andrea Malchiodi di anni ne ha quarantatré e ha incassato le delusioni di una carriera accademica spezzata da uno scandalo, in cui è stato ingiustamente coinvolto, insieme all’amarezza per un matrimonio finito. A separarlo dalla moglie e dalla figlia c’è un oceano di incomprensione. Ad affliggerlo, il dolore per la malattia della madre che lo ha cresciuto da sola, dopo averlo concepito in una notte nei primi anni settanta, gli anni della rivolta.
Un giorno come tanti, Andrea si trova davanti Vera. La giornalista lo mette a parte di un’incredibile rivelazione. C’è qualcosa che li lega. Un fatto di sangue accaduto quattro decenni prima. Una ferita nel lontano passato di lei che riscrive il passato di lui. E da quel momento per Andrea tutto cambia.
Comincia così un’indagine nelle tenebre più fitte della notte della Repubblica, a caccia del misterioso “uomo degli ingranaggi”, l’esperto di armi ed esplosivi, militante di un’organizzazione combattente, poi primula rossa e custode di segreti inconfessabili. Il nastro si riavvolge fino al principio degli anni ottanta, sospesi tra gli ultimi fuochi della lotta armata e le prime luci di un’età che si presenta come nuova e invece è dominata dai Gattopardi di sempre.
Una storia che si dipana su diversi binari, la storia di un amore impossibile tra una giovane ed una personalità di alto rango che mai e poi mai potrà vedere la luce, e che entra prepotentemente nella vita di Vera e di Andrea, dando il via ad una serie di colpi di scena ai quali de Giovanni ci conduce magistralmente.
“Maddalena immagina di essere per lui una sofferenza, una debolezza invincibile, una specie di vizio; ne soffre, perchè sa che invece potrebbe donargli una nuova felicità. Terrena, imperfetta, ma fortissima.”
L’orologiaio di Brest è una vecchia foto dimenticata, rimasta fuori dall’album di famiglia, è il ricordo rimosso che la risacca della memoria riporta alla coscienza, la verità celata che sconvolge le vite rimettendole in prospettiva, ed è da questa foto che parte una ricerca incessante di un passato, che tutti, ma proprio tutti i protagonisti vorrebbero dimenticare. “L’orologiaio riflette sul tragitto compiuto da quando si è dato alla macchia, un viaggio perenne, distanze enormi da coprire per poi tornare nei medesimi luoghi dopo un giro interminabile e farraginoso”.
Non ci resta che invitarvi alla lettura.
















