LARINO. Nella sala della biblioteca diocesana intitolata al vescovo Biagio D’Agostino si è svolto oggi un incontro di grande intensità culturale e spirituale, dedicato a un tema tanto provocatorio quanto profondamente radicato nella tradizione: “Il non vivere è sempre meglio del vivere”. Al centro della riflessione, il dialogo tra il pensiero di Giacomo Leopardi e due figure cardine della sapienza biblica, Giobbe e Qoèlet, le cui voci risuonano con sorprendente forza nelle Operette morali.
A moderare l’incontro, come di consueto, don Claudio Cianfaglioni, che ha guidato con equilibrio il percorso dell’incontro. Relatore principale monsignor Antonio Sabetta, capace di entusiasmare i presenti grazie a un lessico ricco e a un modo trascinante di “raccontare”, che ha reso vive questioni di straordinaria profondità.
Fin dalle prime battute, il cuore della riflessione si è concentrato su un’espressione radicale: «Non fossi mai nato». Una parola drammatica dell’uomo, che — come è stato sottolineato — trova spazio persino all’interno della Bibbia, parola di Dio, dove si contempla senza censure la “discesa agli inferi” dell’esperienza umana. Da qui il passaggio naturale: dalla Scrittura alla letteratura.
“Il confronto tra la Bibbia e Leopardi si presenta come un vero mare magnum di questioni complesse da districare, ma anche come una grande provocazione: quella di “oggettivare” con straordinaria precisione ciò che ogni uomo prova. Non si tratta — è stato chiarito — di “cristianizzare” Leopardi, ma di riconoscere come la domanda dell’uomo trovi risonanze anche nella Scrittura, in un fondo condiviso di inquietudine e ricerca.
Un accostamento che può apparire quasi un ossimoro: per molti, infatti, mettere in relazione Leopardi con la fede sembra un’impresa senza sbocco. Eppure, è stato ricordato, chi interroga e si interroga è già, in qualche modo, un uomo religioso: un uomo destinato a fare i conti con la questione di Dio. In questa prospettiva, anche Leopardi si colloca dentro una tensione autentica, lontana da letture semplicistiche che lo riducono a un ateismo concluso”.
Monsignor Sabetta ha poi aggiunto: “L’inquietudine, del resto, è propria del credente: chi crede non cessa di interrogarsi, né di fare esperienza della vanità. In questo senso, Qoèlet e Giobbe diventano figure emblematiche. Da un lato, Qoèlet con la sua constatazione disarmante — «tutto è vanità» — dall’altro Giobbe, con il dramma del dolore innocente e la sua protesta rivolta a Dio: «Maledetto il giorno in cui sono nato».
Temi che trovano un’eco potente in Leopardi, soprattutto nelle Operette morali, forse l’opera più intrigante sotto questo profiloma anche, forse la meno conosciuta. Monsignor Sabetta ha qui compiuto un excursus sul senso/non senso delle antologie proposte come libri di studio. Nelle Operette emerge una visione segnata da quello che è stato definito pessimismo ontologico: una concezione negativa dell’essere stesso, intrinsecamente segnato dal male.
Numerosi i riferimenti attraversati nel corso della relazione: dal Dialogo della Natura e di un Islandese, in cui la natura appare indifferente e persino ostile, al Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, dove affiora un senso di liberazione che tuttavia non giunge mai a compimento. E ancora, il Dialogo tra Malambruno e Farfarello, che mette in luce il paradosso dell’uomo, condannato alla propria infelicità proprio dalla sua stessa condizione.
La riflessione si è estesa anche alla produzione poetica: da La sera del dì di festa a Il cantico del gallo silvestre, fino ai grandi temi dell’Infinito e della vanità universale. «Or poserai per sempre» — è stato ricordato — come espressione di un approdo definitivo, mentre si impone l’idea che l’unica realtà certa sia la morte: non lieta, ma inevitabile.
Al fondo, resta una grande alternativa, indicata come il cuore del pensiero leopardiano: da una parte l’infinita vanità del tutto, che rende l’uomo l’essere più sfortunato; dall’altra, la possibilità che la domanda di infinito diventi apertura all’Infinito — possibilità che, tuttavia, può darsi solo come grazia.
Il dibattito finale, vivace e partecipato, ha confermato quanto queste tematiche continuino a interrogare profondamente l’uomo contemporaneo. Il titolo dell’incontro, lungi dall’essere una provocazione fine a sé stessa, si è rivelato così una domanda radicale e ancora aperta: il non vivere è davvero preferibile al vivere, oppure è proprio da questa vertigine che nasce la ricerca di senso?
E tuttavia, nel cuore di questa tensione, è emersa anche una possibile chiave di lettura condivisa: l’amore come unico comune denominatore capace di attraversare tanto l’esperienza del vivere quanto il dramma del non vivere. Non come risposta facile o consolatoria, ma come dimensione che rende significativo anche ciò che appare segnato dalla vanità e dal dolore. In questa prospettiva, la domanda sull’esistenza non si chiude, ma si trasforma: non più solo se valga la pena vivere, ma per chi e in che modo il vivere — nonostante tutto — possa ancora dirsi umano.
















