LARINO. Nella cornice dell’aula magna dell’Istituto tecnico agrario e geometri San Pardo — da oggi intitolata alla memoria dell’indimenticabile professore e dirigente scolastico Vittorio Cacchione — si è svolto un incontro che ha lasciato un segno profondo. A parlare agli studenti, ai docenti e alla comunità è stato don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, voce scomoda e necessaria del Paese. Una lezione di vita prima ancora che una conferenza.
In aula, c’erano i familiari del preside Cacchione, i massimi vertici delle istituzioni scolastiche regionali, il presidente del tribunale frentano Daniele Colucci, la procuratrice Elvira Antonelli, il sindaco Pino Puchetti, il vescovo Claudio Palumbo, il comandante della compagnia carabinieri Vincenzo Bazzurri e della stazione Nicola D’Alessandro, il presidente dell’ordine degli avvocati Michele Urbano. Naturalmente la dirigente scolastica dell’Omnicomprensivo Emilia Sacco e il commissario Antonello Urbano.
“La conoscenza ci rende più consapevoli, ci permette di scegliere da che parte stare”, ha ricordato don Ciotti, invitando i ragazzi a non essere spettatori ma protagonisti del proprio tempo. Perché la responsabilità, ha detto, “non è un optional: riguarda ciascuno di noi”.
Il sacerdote ha ripercorso la sua storia personale, quella di figlio di ’emigrati’ a Torino dal Cadore, quella vissuta in una baracca fino all’esperienza che gli ha cambiato la vita. Un’esperienza iniziata quando aveva appena 17 anni, tra le strade di Torino, accanto ai più fragili. “Ho cominciato tra i barboni”, ha raccontato. “Ho imparato a impiallacciare il legno, a usare la lima. Ma soprattutto ho imparato a guardare negli occhi le persone”.
Uno di quei volti non lo ha mai dimenticato: quello di un uomo senza dimora che, dopo dodici giorni di silenzio, gli rivolse le prime parole. “La relazione ti pone sullo stesso piano, non c’è un re”, ha spiegato. “Ti arricchisce nella reciprocità”. Solo dopo scoprì che quell’uomo era stato un medico. “È diventato il mio maestro. Io mi sono arricchito da uno che stava ai margini”.
Da quell’esperienza nacque il Gruppo Abele, che quest’anno compie 60 anni: una comunità che ha attraversato decenni di emergenze sociali, affrontando povertà, dipendenze, solitudini, nuove fragilità. “Si può morire di fame, ma non si deve morire di droga”, ha ribadito don Ciotti, toccando i temi che da sempre combatte: droga, bulimia, gioco d’azzardo, ludopatia, dipendenze virtuali. “Il virtuale non può sostituire la vita. La vita è relazione”.
Non poteva mancare un passaggio sulla lotta alle mafie, che ha segnato profondamente il suo cammino. Don Ciotti ha ricordato il suo incontro con Giovanni Falcone, avvenuto a Gorizia due mesi prima della strage di Capaci. “Lui era un gigante, io mi sentivo piccolo piccolo”, ha detto con emozione.
Il 23 maggio 1992, giorno dell’attentato, don Ciotti si trovava in Sicilia. E il 19 luglio, quando la mafia uccise Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta in via D’Amelio, era a Palermo. “Sono ferite che non si chiudono”, ha confessato. “Ma sono anche il motivo per cui non possiamo smettere di impegnarci”.
Davanti ai ragazzi del San Pardo, don Ciotti ha lanciato un appello semplice e potente: “Ognuno è chiamato a fare la propria parte”. Non servono gesti eroici, ha spiegato, ma scelte quotidiane, consapevoli, coraggiose. “La dignità non è un lusso. È un diritto. E un dovere”.
A settembre compirà 81 anni, ma la sua voce conserva la forza di chi non ha mai smesso di credere nella possibilità del cambiamento. “La mia storia è stata sempre condivisa”, ha detto. “Perché da soli non si va da nessuna parte”.
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