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Home Larino

Larino. Origini della “Laudata” di San Pardo

by La Redazione
29 Maggio 2026
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Larino. Origini della “Laudata” di San Pardo
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Con un’appendice su quella dedicata a San Leo di San Martino in Pensilis

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di Pino Miscione

LARINO. Credo necessiti innanzitutto precisare che di Laudate di San Pardo esistono due versioni, anzi tre: vedremo più avanti qual è la ragione (a fondo pagina i link ai diversi testi). Quella più nota venne edita nel 1957 dall’antropologo Alberto Mario Cirese (I canti popolari del Molise), riproposta nel 1984, con approfondita e circostanziata analisi, dall’etnomusicologo Maurizio Agamennone ed altri (Due laudate meridionali). Si tratta del testo, ripresentato con una certa regolarità dal “Comitato festeggiamenti” nell’apposito stampato, che solitamente viene cantato a Larino in occasione della festa del patrono San Pardo vescovo e confessore.

L’altra versione, molto meno divulgata, venne pubblicata nel 1992 da Napoleone Stelluti (Larino. Carri & Carrieri di San Pardo 19990/91), ed è quella che più dell’altra ci fornisce preziose informazioni dalle quali questa incipiente indagine può trovare una sicura utilità; più discontinuo nella composizione, si dimostra indubitabilmente di più remota elaborazione. La didascalia che l’accompagna recita così: “canzone popolare che si canta nei carri in occasione della Festa di S. Pardo, protettore della Diocesi e Città di Larino nel 26 maggio rinvenuta scritta in una carta antica del 1608, che si trascrive tale quale e come la dicono i Contadini”. La significativa discrepanza tra le due lezioni lascia presentire che ve ne fossero altre, di cui purtroppo non abbiamo più traccia, che ci ricondurrebbero alle prime manifestazioni del culto cristiano espresso dalle genti larinati. Per esporre le successive osservazioni, mi baserò soprattutto su questa più antica ed eloquente compilazione. Essa difatti consente di riconoscere con maggior veridicità il sovrapporsi di diverse stratificazioni nella composizione di questo inno di lode.

 

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LA TRACCIA MARTIRIALE

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Nell’esaminare questa seconda versione, ci è facile distinguere un pulsante cuore antico che trasmette i suoi battiti all’organismo dell’intero componimento, vivificandolo col sangue prezioso sparso da chi testimoniò la fede cristiana fino all’estremo sacrificio:

Colonna de la Chiesa è l’altare Maggiore,

Dentro ci siede, il Nostro Protettore

[…]

Porta la palma, e laudà ti inzegna,

Porta la palma e laudata canna.

E Santo Salvatore co lu palio in mano.

Il Nostro Protettore che “porta la palma” non può essere chiaramente il vescovo Pardo. Risulta perciò palese che una redazione più vetusta facesse riferimento al più venerato dei tre antichi patroni della Città, ovverosia il martire Primiano. Del significato della parola palma non credo sia necessario approfondire la conoscenza. Va meglio puntualizzato invece che, contrariamente a quel che si potrebbe ritenere, il termine palio, altrove più correttamente restituitoci nella più esatta grafia con la doppia “elle” (pallio), non presenta alcuna correlazione con una corsa o con una gara a premi, ma inerisce invece all’uso che in epoca paleocristiana si faceva di alcune reliquie incorporee, le quali venivano santificate dal contatto con quelle vere e proprie del martire, così come ci è riferito da diverse fonti dell’epoca. Ce lo riporta ad esempio San Gregorio di Tours (VI sec.):

Chiunque voglia pregare qui (nella ‘Confessio’ di San Pietro a Roma), una volta aperti i cancelli che delimitano il luogo, si accosta in modo da trovarsi sopra la tomba; e così, aperta una piccola finestra (‘fenestella’) e introdottovi il capo, rivolge la supplica per i suoi bisogni. […] Se uno desidera portare via dei pegni santi, per un po’ di tempo tiene qualche panno di stoffa (‘palliolum’) all’interno; quindi vigile e a digiuno, implora con insistenza in modo assai devoto, affinché la ‘virtus’ apostolica sia favorita dalla sua devozione. 

Tali reliquiæ ex contactu che fungevano anche da signa peregrinationis attestanti l’effettuato pellegrinaggio, venivano poi di solito fisicamente associate ai bordoni dei pellegrini, come pure abbiamo in diversi casi: conchiglie per i pellegrini jacopei a Compostella, palme di Gerico per quelli di Terrasanta. Ebbene, tra le pratiche della pietà popolare larinese sopravvissute fino ai nostri giorni, ritroviamo l’uso della sfilata dei cosiddetti palii di San Primiano, lunghi bastoni crociati ai quali si legano drappi multicolori (palliola), il più delle volte purpurei; si tratta di ciò che è rimasto della pia pratica descrittaci dal vescovo di Tours.

LA TRACCIA DEL CULTO DEI MARTIRI: LA “STAZIONALITÀ”

Sempre connessa al culto offerto ai Martiri locali è il tema della “stazionalità”: la nostra Laudata è difatti suddivisa in più sezioni, che vanno cantate in luoghi opportunamente indicati: avanti la Chiesa Cattedrale, avanti la chiesa di S. Maria (o anche Prima di andare alla chiesa della Madonna), Dinanzi la Chiesa della Madonna.

Soprattutto alla vigilia della festa dei martiri cristiani – le testimonianze al riguardo sono notevoli e diversificate – si era soliti radunarsi davanti alla cattedrale cittadina dove il vescovo dava inizio al solenne rito per onorare i martiri locali. Qui era la collecta, la chiesa indicata come raccolta dei fedeli e del clero, per poi dare inizio al corteo processionale, rischiarato dalla luce delle fiaccole, così da raggiungere il luogo di destinazione dell’assemblea, che prendeva il nome di statio. Si trattava di una sorta di pellegrinaggio a corto raggio, da effettuarsi all’interno delle mura cittadine o tutt’al più in luoghi posti anche al di fuori di esse e ubicati in zone impervie, eppure particolarmente cari alla memoria del popolo, perché in quel cimitero suburbano, protette da edicole funerarie o piccole basiliche, erano custodite le spoglie del martire, capaci di accendere una particolare devozione e al contempo coltivare speranze di maggiore esaudimento della preghiera, grazie all’intercessione di quel santo. Proprio in queste più elaborate forme liturgiche si era soliti accompagnarsi con canti di lode in onore di Dio e dei santi; tali esecuzioni prendevano il nome di antifone per viam. 

Le messe stazionali, in uso fin dal IV secolo ed enormemente potenziate da papa Gregorio Magno (590-604), furono significative funzioni della liturgia romana, celebrate specialmente nel tempo di Quaresima. Di tutto ciò, nella nostra Laudata non resterebbe altro che il minimo vestigio della suddivisione in sezioni separate e il rapido ma pregnante rimando al culto martiriale di cui si è detto.

IL TEMA DEL PELLEGRINAGGIO MICAELICO

Su questo ceppo primigenio si vennero ad innestare altre pie pratiche, che pur esse trovano vasta eco nella letteratura martiriale ed odeporica, e in primis quella del pellegrinaggio cristiano, che in quei primi secoli principiava dalla tomba di un testimone della fede, di un martire, e seguendo il trinomio salvifico homo-angelus-Deus trovava in queste nostre contrade una sua naturale prima tappa nel santuario garganico di San Michele, la cui Apparizione è fissata dalla tradizione all’8 maggio del 490. Peraltro, abbiamo notizia dell’esistenza nella Diocesi larinese di un antichissimo luogo di culto dedicato all’Arcangelo, oggetto di una lettera del papa San Gelasio I (492-496) al vescovo larinate Giusto, voluto da due donatori laici, Priscilliano e Felicissimo, i quali vanno annoverati tra i primi ad aver portato a termine il pellegrinaggio alla Spelonca micaelica. La Laudata di San Pardo ci viene anche qui in soccorso, fornendocene una rappresentazione piuttosto esplicita:

E primavera si complisce il mondo,

Di fiori si riveste la campagna

L’albere nudo tramuta la fronna

L’auciello d’amor gran festa fanno.

Mi voglio fa na vesta pellegrina,

Mi voglio ire addò spunta lu sole

A là ce nà bella conca marina

Dove si battezzava nostro Signore,

E la Madonna a lui vicino stava

E San Giovanni che lu battezzava.

Le impronte residuali e tuttavia indelebili del pellegrinaggio verso la montagna garganica affiorano ancora oggi: addò spunta lu sole, verso il perfetto oriente geografico rispetto alla città frentana, c’era – e c’è ancora – una bella conca marina, ossia l’attuale golfo di Manfredonia, nei cui pressi esisteva l’abbazia di San Leonardo di Siponto, ultima tappa prima della gravosa salita al monte apulo dov’era la Basilica celeste del messaggero soprannaturale. A questa consolidata pratica si deve la diffusione del culto del Santo limosino a Larino, come fa fede il nome di “Piano San Leonardo” dato all’attuale rione moderno, incastonato nell’ordito della città frentana e poi romana, e all’interno del quale esisteva una chiesetta a lui dedicata i cui resti murari erano contigui a un antico luogo di culto micaelico, molto verosimilmente riconoscibile nel succitato edificio sacro richiesto da Gelasio I.

Ogni pellegrinaggio iniziava, poi, con la benedizione di bisaccia e bordone, formulazione che non a caso compare nella nostra lauda, dove invero a compiere il sacro gesto è direttamente il Santo Protettore, che agli albori di questa nostra storia era pur sempre il martire Primiano:

Dentro ci siede, il Nostro Protettore,

Per compagnia ci stanno li Santi,

Coll’Angelo de lu Cielo tutti quanti,

E nuie ci dà la bene<di>zione Santa.

Fonte amoroso e de la Monarchia.

Questo iter benedizionale venne ancor più ad emergere nella diffusa devozione popolare grazie alla presenza del monastero benedettino di San Primiano, che convenientemente dal Montarone controllava l’assai  prossima via di fede che menava al Gargano; proprio il priore di quel cenobio, fondato prima del 726, si sarà plausibilmente incaricato di benedire le prime “compagnie” di pellegrini micaelici.

 

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L’OMAGGIO AL NUOVO PATRONO – LA SUA TRASLAZIONE

Su questi temi – il culto martiriale, il pellegrinaggio garganico – se ne venne poi ad inserire un terzo, cioè la devozione tributata al nuovo Patrono, il vescovo e confessore Pardo, le cui Spoglie mortali furono traslate da una località presso di Lucera sul finire del maggio dell’anno 842. Senza voler svalutare il modus operandi della festa attuale, in questa sede mi limito ad accennare alle motivazioni che m’inducono a formulare una diversa ricostruzione delle fasi di quella memorabile “traslazione”, che dovette avvenire non ad opera di un carro agricolo a trazione bovina, come ci restituisce la plurisecolare tradizione, ma che fu al contrario portata a buon fine da una comitiva di pii viandanti diretta al Sacro Speco dell’Arcangelo Michele, denominata “compagnia”, composta solitamente da persone appiedate – le più giovani – mentre vecchi e bambini si muovevano su carri agricoli a trazione equina. Erano i cosiddetti traìni, la cui morfologia molto si avvicina a quella degli attuali carri di San Pardo, specialmente nel tipo “a capanna”: stessa intelaiatura di cerchi metallici paralleli ed aste lignee trasversali, identiche c’lònne binate presenti nel prospetto anteriore – vere pigne adornate di rami di pino silvestre nel traìno micaelico, pigne di carta colorata nel carro larinese. 

C’è di che riflettere: le più antiche fonti di cui disponiamo, le due Vite di San Pardo, non menzionano mai i buoi, ma parlano più comprensibilmente di vectores, cioè conducenti (di carri) che si fregiarono del trasporto intra urbem di quei sacri Resti; mentre al contrario risalta più volte nella Laudata larinese il termine “compagnia”, convalidando ciò che si è detto circa le modalità con cui si svolse quel sacrato trasporto:


nui volimo laudà col santo aiuto         

l’angeli, i santi, co Gesù e Maria          

e Santo Pardo nostro in compagnia.         

Pe compagnia ci stanno tutti li Santi

Coll’angeli di lu Cielo tutti quanti.


Abbiamo poi puntuale notizia del dato storico secondo il quale la “compagnia” di Larino era ricordata tra le sedici principalissime della provincia del Sannio o Molise (Ciro Angelillis). Il suo formarsi nel Larinate è raccontato, seppure con accenti fin troppo prosaici, da Francesco Jovine in alcuni suoi scritti (Signora Ava, “I contadini vanno al piano” in Viaggio nel Molise).

L’INCIPIT LEGATO ALLA CORSA DEI CARRI

Al tema della corsa dei carri, che come è notorio si tenne a Larino fino alla metà dell’Ottocento, fa manifesto riferimento un unico verso nella Laudata seconda, quello iniziale:

Primo arrivato Dio ci dia salute. 

La più nota redazione rende più strutturato questo primo verso, cercando la doppia rima baciata:

Prim’arrivate Dio ci dà salute:                                                                                                               

nui volimo laudà col santo aiuto         

l’angeli, i santi, co Gesù e Maria          

e Santo Pardo nostro in compagnia.         

Tutto quello che segue, com’è facile verificare, non ha invece più nulla a che fare con la corsa. Risulta quindi evidente che questi minimi accenni alla corsa dei carri rappresentano degli inserimenti seriori, quando si cercò di adattare l’articolato componimento di cui già si serbava un’antichissima memoria frutto di una oramai consolidata tradizione. Il vescovo Tria ci fa sapere che in memoria della Traslazione di S. Pardo que’ Cittadini con pia emulazione nel giorno della sua vigilia fanno la corsa di buoi con carri in figura del suo trasporto in essa Città, e il primo, che giunge ne conseguisce il premio. Il “primo arrivato”, quello che avanzava su tutti davanti alla Cattedrale dov’era posto il traguardo, guadagnava il giusto premio, che in questo caso era la salute: quella fisica ovvero quella spirituale, a quel tempo ancora più ambita. 

Stelluti riporta che dopo il 1842, per causa di un incidente mortale, la corsa venne bandita; e già Dumas padre, che pubblicava a puntate La Sanfelice tra il 1863 e il 1865, non fa più alcun accenno alla corsa dei carri nel capitolo VIII del suo romanzo (“Le droit d’asile”), in cui descrive la nostra festa.

LA PARTEPIÙ RECENTE: LA PAURA DEL TURCO

A questa serie di stratificazioni successive sedimentatesi nel nostro Canto coll’andar dei secoli, si venne ad aggiungere un riferimento molto più tardo, correlato con le vicende storiche del tempo, vale a dire le ripetute ed esiziali scorrerie degli Ottomani lungo i litorali del nostro mare:

Mo che lu sciore cade e spunta lu frutto,                                                                                 

laudamo nui Maria madre di tutti.                                                                                  

Madre potente, Vergine Maria,                                                                                                                                                                         

tu sol la puoi combattere la Turchia,                                                                                     

tu sol la puoi portar la palma mmano                                                                             

mmiezzo alli fedeli cristiani.                                                                                                  

Si è presa la citazione dalla prima versione, ma la seconda risulta assai simile. Qui dunque riconosciamo un chiaro nesso con la epocale inimicizia tra la Cristianità e la minacciosa presenza musulmana che saliva da quello che fu il Mare nostrum, la quale rievoca le più antiche razzie saracene sul cui sfondo si colloca l’intera vicenda della “traslazione” delle Reliquie del vescovo Pardo, e che proprio a cavallo tra XV e XVI secolo si era riproposta con modalità talmente disperanti da far maturare nel papa San Pio V il proposito di riunire una poderosa flotta multinazionale per dissuadere i Turchi dal ritentare l’invasione della Penisola, già più volte provata nei secoli andati. Ci si riferisce evidentemente alla battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571) e all’intervento provvidenziale della Madonna del Rosario. D’altro canto, nelle nostre popolazioni la paura del Turco era ben viva: per conoscenza indiretta – furono i Turchi a costringere albanesi e croato-dalmati a riparare nel Basso Molise proprio in quei secoli; per diretta e cruda esperienza – furono i Turchi di Pialy Pascià a mettere a ferro e fuoco Termoli ed altre località limitrofe il 2 agosto 1566.

LA SINTESI SUPERIORE: IL CONTENUTO TEOLOGICO-ESACATOLOGICO

Pu esulando da queste sintetiche note, credo opportuno accennare a questo più elevato argomento che il credente non avrà difficoltà a riconoscere come suo proprio: martirio, pellegrinaggio e culto micaelico sono difatti saldamente vincolati tra di loro, perché il martirio ripropone la Passione del Signore, il suo supremo olocausto sulla croce, che ha disserrato in æterno la strada verso la salvezza dopo la rovinosa colpa originale di cui si macchiò in Eden la prima coppia umana; il pellegrinaggio, che qui opportunamente viene completato a maggio, con la Pasqua del Signore oramai alle spalle, è figura di quell’exitus dalla condizione umana segnata da quel primordiale, catastrofico peccato alla patria celeste, di cui l’Arcangelo Michele si rivela protettore ponendo sotto la sua invincibile custodia il sacrificio della Messa, memoriale mortis Domini. È questo il cibo spirituale – il sacramento in trono, dice la Laudata – che ci sostiene nel combattimento spirituale contro il Maligno, superando il quale ci è accordato il conseguimento della mistica meta, consistente nel battesimo del Signore che tutto monda e rigenera, col quale il credente comunica alla sua morte, discende con Lui nell’acqua, con Lui è sepolto e con Lui risuscita.

A là ce nà bella conca marina

Dove si battezzava nostro Signore,

E la Madonna a lui vicino stava

E San Giovanni che lu battezzava.

Per un approfondimento ulteriore, anche su questa tematica più elevata, rimando al mio libro Larino micaelica.

APPENDICE: LA LAUDATA DI SAN MARTINO IN PENSILIS

Qualche anno fa, nel corso di una discussione privata intercorsa con lo studioso sanmartinese Giuseppe Zio, è stata sollevata la questione della primogenitura tra la Laudata di Larino e quella di San Martino in Pensilis. Prendendo atto del suo parere difforme dal mio, vorrei qui brevemente accennare alle ragioni che m’inducono a ritenere l’una di ben più remota origine rispetto all’altra. Con un briciolo d’innocua ironia – non me ne vogliano gli abitanti di San Martino – ad essa mi rifacevo nel mio esordio quando adoperavo la definizione di “terza versione” della Laudata larinate. Lo stesso Cirese, nel suo saggio sopra menzionato, riconosce che la Laudata di Larino presenta un testo molto più ampio e minuzioso: segue da vicino le fasi della processione che sosta in luoghi diversi, e conserva perciò ordine logico, per così dire, nelle lodi che innalza. In quella di San Martino, invece – scrive ancora – i motivi vi appaiono come rimescolati e rifusi, e qua e là fors’anche confusi.

Aggiungo di mio: nella Laudata in onore di San Leo mancano riferimenti qualificanti al pallio e all’esecuzione del canto in stationes, così com’era d’abitudine nei primi secoli dell’era cristiana per quel che attiene al culto dei martiri e dei santi, cantandosi essa tutta in uno stesso luogo: “dietro la porta della chiesa”. Vi è apertamente ripreso, con versi pressoché coincidenti, il rimando al pellegrinaggio al Gargano, pur non ravvisandosi nei motivi dell’agiografia sanmartinese alcun addentellato storico relativo a questa pia pratica, tanto più che mai in questo inno vi compare il termine compagnia:

Me vuoglie fa’ ‘na vèsta pellegrine

E vuoglie ì addo’ sponte lu sole;

A llà ce staie ‘na conca marine

Addo’ ce battezzaie nostro Signore.

È altresì replicato il tema del martirio, senza che vi sia alcunché di attinente nelle vicende agiografiche del paese basso-molisano:

E nuie Lu pregam e nzème dégne

Purta’ la palm e la ndurata nzègne!. 

In conclusione, avendo attestato che questa chiarissima, armonica stratificazione e questa precisa strutturazione storico-agiografico-teologica sono mancanti nella Laudata sanmartinese, ed anzi in più parti si riprendono i motivi di quella larinese, senza però validi agganci nell’evoluzione dei fatti storico-religiosi di quel particolare centro abitato, volendo sottostare unicamente a quella che ritengo un’irrinunciabile esigenza di rigore nella ricerca, esente da qualsiasi forma di provinciale amor di campanile, non posso che restare fermo nella mia valutazione già espressa altrove: “la carrese sanmartinese è derivata da quella larinese, e non viceversa, essendone palesemente un adattamento” (Larino micaelica).

Ma è oramai tempo di festa, ed è tempo di chiudere. Come laico consacrato, membro della Chiesa militante incitato ad ancora seguitare questo terreno pellegrinaggio da quella Purgante e Trionfante, credo conveniente esaurire qui il mio spazio, sperando nell’attenzione del benevolo lettore, larinate o sanmartinese che sia. E dunque, mi è comodo proporre come chiusa di questo mio scritto quei versi che mi occorrono per reclamare un’auspicabile pax diocesana. Malgrado tutto …

E la Madonna mia di lu Saccione,                                                                                                    

Santo Primiano di lu Muntarone,       

e Santo Leio di Santomartino,             

e Santo Vàsolo accanto a la marina,    

e Sant’Adamo di lo Guglionese,             

nui volimo laudà co sta carrese,                                                                                      

co Santo Pardo nostro protettore          

nui laudamo Dio nostro Signore.         

***

Laudata di San Pardo (versione Comitato feste): https://pinomiscione.jimdoweb.com/historica/pellegrinaggio/carrese-1%C2%AA/

Laudata di San Pardo (versione Stelluti): https://pinomiscione.jimdoweb.com/historica/pellegrinaggio/carrese-2%C2%AA/

Laudata di San Martino in Pensilis: https://www.academia.edu/36451240/Il_canto_della_carrese_e_la_corsa_dei_carri_a_San_Martino_in_Pensilis_A_proposito_di_un_articolo_di_Luigi_Sassi_a_inizio_Novecento_2018_

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