Il ruolo della Provincia di Sant’Angelo, “preferita da Cristo”, negli ultimi tempi segnati dal messaggio di Fatima
di Pino Miscione
LARINO. Nel giorno in cui la Chiesa ricorda il dies natalis di San Pio, pubblichiamo l’attenta ricostruzione dell’amico Pino Miscione della missione che il santo frate delle stimmate svolse in questa terra di Molise prima di salire sul Gargano.
“La Provincia cappuccina di Sant’Angelo, alle origini semplice vicaria della provincia romana, nacque ufficialmente nel 1555 per volere del Padre generale Eusebio d’Ancona, che le assegnò anche i sigilli con l’effigie dell’Arcangelo Michele, apparso una prima volta secondo la tradizione in una grotta del Gargano l’8 maggio del 490. Entro i confini di questa circoscrizione religiosa, che racchiude per intero il nostro Molise, il convento di Larino – fondato nel 1535 e considerato il primo effettivo in ordine di tempo – si configura come la naturale “culla” e al tempo stesso come il suo “centro spirituale ideale” (p. Rosario Borraccino). Nel volgere di cinque secoli, questa terra spirituale ha visto fiorire la santità grazie all’opera di generazioni di padri cappuccini, custodendo in particolare l’eredità luminosa di Padre Pio da Pietrelcina – al secolo Francesco Forgione –, di cui oggi si celebra la festa.
In una lettera del 29 aprile 1919 indirizzata al suo direttore spirituale, padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis, il Frate confida che questa nostra provincia religiosa è quella riguardata da Cristo con occhio specialissimo a preferenza di altre, e per essa si sentiva pronto a dare tutto sé stesso usque ad effusionem sanguinis. Per comprendere le ragioni più profonde di tale “predilezione” occorre esaminare alcuni suoi scritti e ripercorrere momenti chiave della sua biografia: Nell’aprile del 1968, cinque mesi prima della sua santa morte, (Padre Pio) raccontava che, da giovane neo-professo, nel 1905 da S. Elia a Pianisi si portò a Campobasso al Santuario del Monte, affidato in quell’anno alla custodia dei Cappuccini, assieme ad altri studenti, per aiutare alle sacre funzioni e vi si trattenne per alcuni giorni. “Cinque mesi prima della sua santa morte”: un accenno sibillino vergato da padre Alessandro da Ripabottoni, insigne biografo e confratello del Santo del Gargano. Pur avendo accesso a carteggi e notizie di assoluta riservatezza e non ancora dati alle stampe, egli stesso ammoniva: Gli archivi non svelano i loro segreti tutti in una volta.
Facciamo allora un conveniente salto indietro nel tempo:
era il 25 gennaio 1904 quando il sedicenne Fra Pio arrivò in Molise, accolto dal gelo e dalla neve di Campobasso. Tra un viaggio in corriera e l’ultimo tratto percorso a piedi nudi nel nevischio, giunse al convento di Sant’Elia a Pianisi. Da quel poggio isolato, lo sguardo si aprì per la prima volta su una meraviglia mai vista: all’orizzonte, sospesa sul Tavoliere delle Puglie, si stagliava la lunga muraglia di roccia del monte Gargano, custode di quella spelonca in cui alla fine del V secolo era apparso l’Arcangelo che aveva dato il nome all’amata provincia religiosa.
Dalle terre di Sant’Elia, il giovane partiva talvolta – come da lui stesso ricordato a un passo dalla morte – per recarsi in aiuto ai frati di Santa Maria del Monte a Campobasso, con lo sguardo rivolto a Castel Monforte. Per raggiungerli bisognava vincere la resistenza di una scalinata tortuosa e di un sentiero fangoso, un’impresa ardua a causa dei suoi cronici malanni fisici, come ricorda una preziosa testimonianza d’epoca raccolta dai biografi. Quel percorso faticoso, noto ancora oggi nel capoluogo molisano come la “salita del monte”, custodiva la profezia di un destino più grande: l’ascesa impervia e definitiva verso la sommità del Monte apulo, che si sarebbe compiuta di lì a poco, dove avrebbe offerto il suo personale sacrificio durato mezzo secolo.
Nel novembre del 1922, a distanza di anni e mentre quel sacrificio stava già dando i suoi frutti di grazia, in una lettera alla figlia spirituale Nina Campanile egli ricordava così il suo dialogo con Cristo: “tu qui mi nascondesti agli occhi di tutti, ma una missione grandissima avevi fin d’allora affidata al tuo figlio: missione che a te e a me solo è nota”. Una “missione” che dunque si compie interamente sulle cime garganiche, ma la cui scaturigine, per quanto detto finora, va ricercata in terra di Molise. In verità, quello molisano è un periodo alquanto trascurato dai biografi del Santo e quasi del tutto omesso nei quattro volumi dell’Epistolario, che fanno iniziare la corrispondenza con i direttori d’anima soltanto nel gennaio 1910, a pochi mesi dall’ordinazione sacerdotale. È il segno che “c’è dell’altro”; “altro” che – come suggerisce il suo primo e più fedele biografo – va trovato evidentemente in questa nostra terra: cinque mesi prima della morte raccontava che, da giovane neo-professo, nel 1905 da S. Elia a Pianisi si portò a Campobasso al Santuario del Monte. In veste di studioso e devoto del Santo, mosso dal desiderio di penetrare l’essenza di una “missione” così sublime e di trarne una riflessione spirituale feconda, qualche anno fa ho voluto ripercorrere anch’io quella medesima ascesa verso il Santuario mariano:
in una cappella a destra dell’ingresso, ricavata da un antico spazio della chiesa adibito a celle di fortuna – una delle quali ospitò Fra Pio – una grande tela del 1971 dipinta da Amedeo Trivisonno – della cui presenza sono grato allo studioso campobassano Alberindo Grimani – raffigura un’insolita Apparizione della Vergine di cui il giovane Frate fu oggetto il 15 agosto 1905. L’opera fu commissionata da padre Pellegrino Funicelli, storico assistente di Padre Pio, per custodire il mistero noto come il “Segreto di Padre Pio”, che riflette la natura più autentica della sua “missione”.
Il dipinto ritrae la Madre di Dio circondata da angeli, con la scritta Magnificat anima mea: la Vergine appare dunque Assunta in cielo tra le creature celesti e al contempo in attesa, fondendo in un’unica e apparentemente inconsueta iconografia il mistero della Maternità divina a quello dell’Assunzione, e svelando i primi indizi di quel profondo “Segreto”.
Attraverso le mani della Vergine si chiarisce il senso della scena: al centro della composizione, Cristo sale il Calvario gravato dalla Croce; un’azione sacrificale che prelude all’immolazione dell’Agnello e che rivive quotidianamente nella Santa Messa, cuore della fede di Padre Pio. Osservando la Madonna, il significato nascosto dell’opera ecco che affiora, perché Ella sembra dire: «Sarai sacerdote come Lui. SeguiLo fino alla Croce. Questa sarà la tua missione». Di fronte a una chiamata così immensa, il giovane Frate cade in ginocchio sopraffatto; e la postura che assume rivela un ulteriore tassello del mistero, che il pittore aveva intuito grazie ai racconti del committente religioso: se osserviamo la Croce, il palo verticale (stipes) si allinea perfettamente con la sua mano destra aperta verso la Vergine. Questo gesto evoca la futura ricezione delle stimmate, avvenuta tredici anni dopo, e la sua mistica unione alla Passione, in una vera e propria concrocifissione: «Ti associo alla mia Passione!». Accanto a lui, un inginocchiatoio e una sedia impagliata alludono agli strumenti del suo futuro apostolato: il confessionale e la sofferenza redentrice. Padre Pio diventerà così l’unico sacerdote nella storia della Chiesa segnato dalle piaghe di Cristo, adempiendo quel “segreto” patto d’amore e di dolore affidato da Dio alla sua anima.
La “missione grandissima” trasmessa al giovane Fra Pio – quella parte che non è stata divulgata – non si esaurisce tuttavia nelle stimmate e nella sola sequela di Cristo. Il suo “Segreto” resta vivo e operante, come lui stesso profetizzò: «la mia missione finirà quando sulla terra non si celebrerà più la Messa». Si tratta perciò di una “missione” in buona parte post mortem; e direi che ci siamo quasi. La sua opera continua pertanto ancora oggi, facendosi sentire con forza proprio nel cuore delle difficoltà del nostro tempo, malgrado i reiterati tentativi di forze avverse alla fede cristiana – massoniche in particolare, infiltrate talvolta anche tra i membri del clero –, volte ad occultare le fonti che svelano tale disegno.
Ma per comprendere quest’altro fondamentale aspetto dobbiamo mutar paesaggio, spostandoci da Campobasso all’estrema propaggine occidentale del territorio regionale:
sul volgere del 1911, quando già portava impresse nel corpo le stimmate invisibili, Padre Pio rimise piede in terra molisana per l’ultimo commiato. Ospite per quaranta giorni nel convento di Venafro, tra prove e spaventose vessazioni diaboliche, fu rapito in un’estasi mirabile: Cristo stesso gli si mostrò sdegnato, brandendo una spada minacciosa, pronto a scagliarsi contro i peccati degli uomini e in particolare dei consacrati. A testimoniarlo sono gli appunti presi sul proprio quaderno dal direttore spirituale, padre Agostino Daniele da San Marco in Lamis, che si trovava lì presente:
«Gesù mio, perdona, abbassa quella spada … e se deve cadere, si trovi solo il mio capo … sì, io voglio essere la vittima».
Questa scena presenta profonde affinità con la celebre Visione di Fatima. In quel caso, tuttavia, a minacciare i decreti divini contro un mondo impenitente è un messaggero celeste, un Angelo con una spada di fuoco, mentre la Vergine si oppone con la sua luce. E se a Fatima, immerso in una luce divina, compare un Vescovo vestito di bianco presentato dall’Immacolata per mitigare il castigo, nella visione di Campobasso la Madre celeste si volge al Fraticello indicandogli Colui che “sale il Monte”, chiamandolo alla sequela. La sua risposta, ribadita ancora a Venafro, è netta: «Gesù, ti dico la verità … purché mi dia forza, permetti che questi chiodi … permettilo, sì … nelle mie mani». E così avverrà, perché portando nella propria carne il capo d’incolpazione nei confronti dei suoi persecutori – allevati anche e soprattutto nel seno della Chiesa – egli, come quella Madre nella Visione fatimita, si opporrà al castigo facendosi portatore attivo della misericordia divina.
Davanti alla tela che lo ritrae mentre pronuncia il suo fiat applaudito dall’Angelo custode, Fra Pio ci appare dunque in un gesto che anticipa quello del Vescovo della Visione di Fatima: mentre cade in ginocchio davanti all’Assunta gravida del figlio destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro (Ap 12,5), anticipa quasi il fiat che anche quel figlio ha già da tempo pronunciato. Cade in ginocchio Fra Pio, come a prefigurare colui che allo scoccare della sua ora muore trafitto, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce veduta dai pastorelli di Fatima, per estrema conseguenza di quel suo fiat. Quel palo di croce si allunga poi fino a toccarlo, investendolo di una missione inaudita – è questa la vera parte mancante: sostenere con l’intercessione celeste l’uomo dei dolori in cammino tra le rovine del mondo; farsi guida amorevole e severa, sostegno e coadiuvante di questo umile figlio di Maria, colui che ne misura le prove, lo plasma e lo corregge passo dopo passo, introducendolo a una profonda vita mistica per renderlo degno della perfetta riparazione spirituale – in quanto Vescovo egli difatti possiederà in pienezza il sacramento dell’ordine sacro – e strumento di totale riparazione: alter Christus ed infine ipse Christus.
Verifichiamo così che il dipinto di Trivisonno collega il sacrificio di Cristo – di cui Padre Pio fu portatore e rappresentante “stampato” – a un futuro prossimo adombrato nella Visione di Fatima, in cui un misterioso Vescovo vestito di Bianco e la Chiesa intera vivono la loro ultima Passione. La “missione grandissima” di Padre Pio si inserisce perciò in questo disegno finale per contrastare e sconfiggere quelli dell’Anticristo: farsi “vittima e padre di vittime” come pure guida per contrastare i tradimenti interni alla Chiesa e sostenere misticamente il Pastore della Chiesa universale nel suo supremo cammino di riparazione. Tale collegamento è peraltro in parte riconosciuto anche da altri osservatori: I massimi eventi mariani, nell’ambito dell’attuale secolo, portano il nome di Fatima e di Padre Pio. […] Maria sottolinea(va) … l’attualità massima delle apparizioni di Fatima e lo stretto rapporto che mette(va) insieme Padre Pio e Fatima nella medesima missione di riparazione. Maria è, quindi, l’unica sorgente che ha fatto sgorgare Padre Pio e Fatima (A. Negrisolo-N. Castello-S.M. Manelli).
Non stupisce che proprio a Campobasso, in prossimità del massiccio Castello Monforte, si rinnovi il mistero dell’Apparizione mariana del 1905. Questo evento infatti si raduna misticamente nello stesso territorio diocesano che nel 1888 a Castelpetroso aveva accolto il messaggio del Cuore Immacolato della Vergine Addolorata, proclamata poi Patrona dell’intera regione, che dopo immani castighi prelude al suo preannunciato Trionfo: «finalmente il mio Cuore Immacolato trionferà».
Per concludere, mi sento di poter dire di aver gettato nuova luce sulla titanica, inaudita “missione” affidata a Padre Pio da Pietrelcina in questa nostra terra, tutta inclusa com’è nella “Provincia preferita da Cristo” intitolata all’Arcangelo Michele – lo Sterminatore del maligno e vincitore escatologico dell’Anticristo – di cui il convento di Larino rappresenta la “culla”. A questo Principe celeste la città frentana è, malgrado tutto, particolarmente benamata, per via della più antica consacrazione su mandato papale di tutta la Cristianità. Non si è probabilmente molto lontani dal vero se si afferma che in tutto ciò deve pur esistere un disegno superiore”.
Mio approfondimento:
“Visione di Fatima”:
https://it.wikipedia.org/wiki/Terzo_segreto_di_F%C3%A1tima
(Fotografie di Padre Pio tratte dal web e in gran parte migliorate o restaurate dall’autore. La foto del convento di Larino è dello Studio Pilone; quelle storiche della chiesa di Santa Maria del Monte sono di Vincenzo Colledanchise; quella del convento di Venafro è dell’Archivio F. Valente; il frontespizio dattiloscritto della biografia Un Cireneo per tutti di p. Alessandro da Ripabottoni proviene dalla Biblioteca “Sacro Cuore” di Campobasso, concesso per il libro Larino micaelica dell’autore di questo scritto).

















