L’intero culto cristiano della città determinato da un atto del Romano Pontefice
di Pino Miscione
LARINO. All’origine di questo scritto non vi è l’intento di esaltare semplicemente il culto di San Michele, quanto piuttosto di far rilevare che prescindere da esso equivale a rendere indecifrabile l’intera parabola cristiana di Larino: dalle gloriose origini martiriali fino ai giorni nostri e verso un futuro ormai prossimo. E parlo di futuro perché, proprio in ragione del significato storico che questa speciale devozione ha custodito nel corso dei secoli, essa è chiamata a esercitare un ruolo decisivo di fronte alle urgenze epocali che interpellano il nostro presente.
Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di dedicare alcune riflessioni al percorso umano e spirituale di Padre Pio da Pietrelcina, la cui formazione affonda le radici nel nostro Molise, territorio che è parte integrante della religiosa “Provincia di Sant’Angelo”, la quale ha voluto onorare la memoria del Santo cappuccino inserendone il nome nella propria titolazione ufficiale a partire dal 2003. La ragione di questa denominazione originaria ci viene custodita da un ben noto testo d’epoca: Si dice questa la Provincia di S. Angelo per l’illustre apparizione di San Michele Arcangelo nel Monte Gargano, il quale dal seno del Mare adriatico giunge fino alla pianura (Z. Boverio).
LE APPARIZIONI DI SAN MICHELE SUL GARGANO
Gli eventi ai quali si fa riferimento accaddero, secondo la tradizione, al volgere del V secolo quando – come riporta un’operetta agiografica databile alla fine dell’VIII o ai primi del IX secolo, nota come Apparitio – la creatura celeste si mostrò a un ricco proprietario di armenti di quella montagna chiamato Gargano, che fin dal suo arrivo diede il suo nome al monte (Apparitio 2). Il messaggero si presentò con queste parole: «Io sono l’Arcangelo Michele, che sta sempre al cospetto del Signore. Venuto nella determinazione di proteggere sulla terra questo luogo e i suoi abitanti, con questo miracolo ho voluto dimostrare di essere ispettore e custode di tutto ciò che avviene qui e del luogo stesso» (Apparitio 2). È il cosiddetto episodio “del toro”, collocato all’8 maggio del 490. Di due anni posteriore è l’apparizione “della vittoria”, mentre al 29 settembre del 493 – da cui la festa odierna – va ascritta quella della “dedicazione” di ciò che era già considerato un vero e proprio luogo sacro, pur presentandosi come una spoglia e informe grotta: il vescovo di Siponto, recatosi in processione alla sacra Spelonca con altri confratelli, si avvide con sua grande sorpresa che in un antro più ampio era comparso un venerando altare ricoperto da un piccolo drappo purpureo, segno della consacrazione già operata dal Santo aligero: «Non spetta a voi dedicare questa basilica che io ho costruito. Io stesso, infatti, che l’ho fondata, l’ho anche dedicata» (Apparitio 4).
Ecco allora che ci viene dato di comprendere l’eccezionalità di questo santuario, la “Celeste basilica” del Gargano, consacrata – come abbiamo visto – non da mano umana, ma dallo stesso Arcangelo; caso unico nella storia cristiana, che rende questo eccezionale luogo di culto e di preghiera del tutto speciale nell’economia della salvezza. Svilupperemo approfonditamente l’argomento più oltre.
I PRIMI PELLEGRINAGGI DA LARINO
Di poco successivi a quegli anni finali del V secolo sono i primi veri e propri pellegrinaggi alla montagna garganica. Questa grande affluenza in certe date particolari ci è confermata d’altra parte dalla stessa fonte agiografica: (essa avviene) soprattutto nel giorno anniversario della dedicazione della chiesa, quando anche dalle province circostanti arriva una grande folla di fedeli, più numerosa del solito, e in qualche modo si crede che il potere taumaturgico dell’Angelo si dispieghi con maggiore intensità (Apparitio 6).
Tra i primi a mettersi in viaggio alla volta del promontorio apulo furono i Larinati, come ci attesta indirettamente una missiva papale di poco successiva alle Apparizioni (fine 493-gennaio 494). La lettera menziona due possidenti legati da vincolo di parentela, Priscilliano e Felicissimo – dai nomi chiaramente romani –, i quali esercitavano il ruolo di viri devoti, ossia di palatini al servizio del re ostrogoto Teodorico residente a Ravenna, ultima capitale del decaduto Impero Romano d’Occidente. Tornati evidentemente assai impressionati dal viaggio devozionale alla Grotta arcangelica, misero a disposizione della loro Chiesa diocesana di provenienza un edificio di loro proprietà denominato Mariana, chiedendo al Vicario di Cristo dell’epoca, il papa Gelasio I, la consacrazione del luogo in honore sancti archangeli Micahelis et nomine.
LA CONSACRAZIONE VOLUTA DA PAPA GELASIO
La fondazione privata dell’edificio sacro testimonia una devozione popolare del tutto autonoma rispetto alla gerarchia ecclesiastica. Abbiamo difatti ragione di credere che Giusto, il vescovo locale dell’epoca, osteggiasse il culto micaelico nel solco di antiche controversie patristiche e conciliari inerenti la venerazione degli angeli. Figure come Giovanni Crisostomo, Agostino d’Ippona e Teodoreto di Ciro avevano infatti condannato tale devozione, considerandola un pericolo per la centralità di Dio o addirittura una forma di devianza spirituale.
Quel che rimane indubbio è che, per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, il suo Supremo Pastore abbia decretato un solenne atto di consacrazione all’Arcangelo, ponendo l’intero cammino di fede della Diocesi larinese all’ombra delle ali del messaggero celeste. L’atto di Gelasio – come vedremo – avrebbe impresso il proprio indelebile sigillo su tutte le successive vicende religiose cittadine. Benché la Diocesi abbia concluso da quarant’anni esatti la propria vita autonoma, la fede di questa comunità continua a portare l’impronta di tale intitolazione; un legame spirituale che l’ha proiettata verso quell’orizzonte profetico i cui segni, secondo le Sacre Scritture, potrebbero dischiudersi molto prima del previsto.
IL PELLEGRINAGGIO MICAELICO NELLA “LAUDATA DI SAN PARDO”
Del pellegrinaggio alla Grotta micaelica sono rimaste tracce inconfutabili nella cosiddetta Laudata di San Pardo, che in una versione meno nota e divulgata recita:
Mi voglio fa na vesta pellegrina,
Mi voglio ire addò spunta lu sole
A là ce nà bella conca marina
Dove si battezzava nostro Signore,
E la Madonna a lui vicino stava
E San Giovanni che lu battezzava.
Questi versi svelano l’antico cammino verso il Gargano – addò spunta lu sole –, che escludendo la tortuosa valle di Stignano nella quale s’incuneava la via Francesca, preferiva seguire la pedemontana via Litoranea. Costeggiando il torrente Candelaro, essa arrivava a toccare la città di Siponto che si specchiava nella conca marina, dalle nostre carte geografiche denominata “golfo di Manfredonia”. Qui esiste ancora oggi la località rivierasca nota come “Acqua di Cristo”, un tempo sacra ad Ercole e poi cristianizzata, da cui sgorgano sorgenti d’acqua dolce, indispensabili per amministrare il Battesimo Su un piano più elevato, squisitamente teologico, la Laudata ci dice che nel nostro caso era il Battesimo di Cristo, impartitoGli da Giovanni il Precursore. Secondo la tradizione, quest’acqua era in grado di guarire i malati, mentre i pastori si limitavano a immergervi le greggi transumanti prima di ricondurle ai pascoli d’altura del Gargano.
Ultimo riposo prima dell’ascesa alla montagna sacra era il monastero di San Leonardo in Lama Volara presso Siponto, dove i pellegrini facevano la sosta più lunga, quasi a dilatare l’attesa e il mistero della rivelazione del Principe San Michele. Il Santo a cui il cenobio era intitolato era San Leonardo di Noblac – o di Limoges – abate ed eremita vissuto forse nel VI secolo, il cui culto si diffuse nel Meridione d’Italia portato dai Normanni lungo le vie di pellegrinaggio verso la Terrasanta. La profonda devozione delle genti di Larino, assidue frequentatrici del cenobio sipontino, gettò le basi affinché il culto di questo Santo si radicasse anche nella loro terra d’origine. Si spiega così perché parte del sito dell’antico abitato romano, in quel tempo oramai ridotto a un contesto prevalentemente rurale, abbia assunto il nome di “Piano San Leonardo”, denominazione conservatasi fino ad oggi. La consuetudine dei pellegrinaggi micaelici convinse inoltre i Larinati a erigere una chiesa a devozione del Santo abate, di cui il Tria attestava ancora i resti nel Settecento, assai prossima a quella micaelica che portava il titolo di Sant’Angelo a Palazzo, verosimilmente riconoscibile nell’edificio voluto da Gelasio I.
I “PALII” DI SAN PRIMIANO E IL PELLEGRINAGGIO AL GARGANO
Mi voglio fa na vesta pellegrina,
Mi voglio ire addò spunta lu sole
Motivati spiritualmente dalla valenza del trinomio salvifico homo-angelus-Deus, in auge sin dall’età altomedievale, numerosi pellegrini si saranno certamente portati dalla basilica dedicata ai Martiri Larinesi (homo) al Sacro Speco garganico (angelus), se possibile come tappa intermedia verso la Terrasanta (Deus), per pregare, lucrare indulgenze e chiedere guarigioni del corpo e dell’anima. La vesta pellegrina di cui riferisce l’inno sacro includeva ovviamente anche il bordone; nel nostro caso abbiamo notizia che ci si recava in pellegrinaggio alla Spelonca anche appoggiandosi a un bastone crociato con un nodo al di sotto della croce, al quale allacciare una scarsella o altro. A testimoniarlo è una trecentesca formella votiva in pietra (forse di area molisana), un tempo dipinta a colori vivaci, raffigurante un Santo con il bastone crociato che sostiene una borsa da viaggio con una conchiglia scolpita sulla ribalta. L’iconografia di questo “Santo pellegrino” si collega molto verosimilmente ai palii di San Primiano, i quali non sono – come vorrebbe una diffusa credenza – lunghe aste di legno sulla cui sommità sono posti drappi multicolori e multiformi, per indicare il trionfo della fede ottenuto con il sacrificio della vita (Guida Città di Larino), bensì bordoni crociati da pellegrino ai quali si legava una reliquia da contatto denominata in antico palliolum – drappo di stoffa messo a contatto con vere reliquie corporali – da cui il nostro “pallio” o “palio”. Ciò conferma il legame storico tra il culto dei Martiri Larinesi e quello tributato a San Michele, attestato dalla Laudata di San Pardo, che non a caso lo riafferma in altri versi:
Quant’è biello vicino e da luntano
lu Salvatore cu lu pallio mmano.
Questo profondo vincolo spirituale tra il sacrificio dei Martiri — perpetuazione cruenta della Passione di Cristo — e il celeste Custode di tale supremo olocausto fu indubitabilmente sancito dal Vicario di Cristo di allora, il quale, in quel solenne atto di consacrazione, espresse la volontà stessa del Signore. Si tratta di un evento di portata soteriologica inestimabile, i cui frutti si estendono, come vedremo più avanti, ben oltre i secoli passati, giungendo intatti fino ai nostri giorni travagliati.
LA “TRASLAZIONE” DI SAN PARDO EFFETTUATA DA UNA “COMPAGNIA” MICAELICA
Senza voler nulla togliere alle modalità con cui si tiene l’odierna festività del Santo Patrono, vorrei qui rinnovare le ragioni che mi portano ad avvalorare una diversa ricostruzione riguardo alla “traslazione” dei suoi Resti rinvenuti, secondo la tradizione, “presso di Lucera” (prope Luceriam civitatem Apuliæ, ripete l’Ughelli). Secondo la mia lettura, essa non fu opera di un carro trainato da buoi, come vuole la vulgata – nelle due Vite di San Pardo compare difatti il termine vectores, cioè “conducenti”, “vetturali”, e mai boves –, ma fu portata a termine da un gruppo di pellegrini in viaggio verso il Sacro Speco dell’Arcangelo Michele, che si muovevano in “compagnia”; parola che in effetti ricorre più volte nella nostra Laudata: pe compagnia ce stanno tutti li santi, e Santo Pardo nostro in compagnia. “Compagnia” è infatti il termine che designa quella comitiva di pii viandanti a guida laica, formata da giovani e vecchi, donne e bambini che procedevano a piedi ovvero a bordo di carri a trazione equina, i traìni. La loro forma ricorda molto quella degli attuali carri di San Pardo, specialmente nella versione “a capanna”: presentano infatti la stessa intelaiatura con cerchi metallici e listelli di legno, e le medesime colonne binate frontali, che nel modello micaelico erano decorate con veri rami di pino, antenate delle colorate pigne di carta dei carri larinesi. Il fatto stesso che la Laudata – che descrive il pellegrinaggio micaelico – sia stata poi intitolata al Santo Patrono evidenzia la fondatezza di questa ricostruzione.
Per chi ha fede, non sarà difficile credere a un intervento soprannaturale dell’Arcangelo Michele, il quale esercitò il proprio ascendente nell’indirizzare quei cercatori del sacro – suoi devoti – verso il suburbio di Lucera, dove in effetti le Spoglie mortali del venerato vescovo Pardo furono rinvenute e da lì traslate fino alla Ecclesia S. Dei Genitricis et Virginis Mariæ della città frentana.
IL CONVENTO DI LARINO, “CULLA” DELLA PROVINCIA DI SANT’ANGELO
La solenne disposizione originariamente statuita da papa Gelasio ha continuato a fruttificare in tutte le epoche storiche, trovando nel XVI secolo a Larino il suo felice coronamento con la nascita del primo convento dei Padri Cappuccini di quella che sarebbe poi diventata la religiosa “Provincia di Sant’Angelo”. Nel 1535, infatti, una ridotta comunità di frati cappuccini messasi in cammino dalla Marca, guidata dal toscano fra’ Paolo da Sestino, scelse un’amena località a tre chilometri dal borgo medievale per edificarvi il primo effettivo cenobio. Situato in posizione panoramica verso le Piane, il mare Adriatico e il monte Gargano, il complesso è considerato la “culla” di questa Provincia religiosa, come pure il suo “centro spirituale ideale” (p. Rosario Borraccino). Fu grazie all’interessamento attivo e al sostegno economico di Padre Pio da Pietrelcina che nel 1948 questa antica dimora spirituale poté essere riaperta per rinascere a nuova vita, ponendo fine alla lunga assenza dei religiosi causata dalle leggi di soppressione decretate dal Governo sabaudo nel 1866.
Quanto a Padre Pio, non va dimenticato che il dono di quelli che egli considerava i “monili dello Sposo” – le sue sofferenze, le sue prove spirituali, le sue gravose croci – gli furono infine tramutate in vere piaghe corporali, impresse a vivo nella carne il 20 settembre 1918, giorno in cui nel convento di San Giovanni Rotondo si dava solenne inizio alla novena in onore di San Michele Arcangelo. La creatura celeste ha in effetti vigilato, anche fisicamente e da presso, da quella che è considerata la metropoli del culto di San Michele nell’Occidente (F. Gregorovius), affinché il “sacrificio riparatorio” di cui egli è stato portatore per cinquant’anni non venisse ostacolato.
Siamo informati inoltre che lo stesso Cappuccino effettuò il pellegrinaggio alla vicina Basilica arcangelica il 1° luglio 1917, a bordo di un carretto scoperto: Nella penombra della grotta, illuminata dalle fiamme vacillanti delle candele, sotto la volta incombente – scrive un suo biografo –, Padre Pio prese forse coscienza con maggiore chiarezza della sua missione e, fors’anche, ebbe il presentimento di quanto il Signore gli riservava. Appare per di più assai significativo che questa breve visita sia stata effettuata poche settimane dopo l’unico viaggio romano dell’allora ignoto Frate di Pietrelcina, svoltosi negli stessi giorni di maggio in cui nella lontana terra portoghese la Vergine Maria appariva per la prima volta a tre pastorelli.
SIGNIFICATO DEL SIGNUM IMPRESSO DA PAPA GELASIO NEGLI ULTIMI TEMPI
Ed ecco infine che si disvela il legame col messaggio di Fatima, perché così come l’Arcangelo Michele, Custode della Santa Eucaristia, ha vegliato sul sacrificio riparatorio inveratosi nella carne del futuro Santo, allo stesso modo questo supremo presidio estenderà la sua efficacia sul più compiuto “sacrificio di riparazione”, che stabilisce un rimedio insuperabile contro l’apostasia e l’abominio, al quale si sottometterà il nuovo e atipico Capo della Chiesa — la cui piena manifestazione è attesa —, presentato nel luglio del 1917 dalla Madre di Dio e della Chiesa ai tre bambini di Fatima, mentre si avvia a compierlo nell’immolazione finale di sé ai piedi della croce del Signore: E vedemmo, in una luce immensa che è Dio, un Vescovo vestito di bianco …
In questo disegno salvifico, che attendiamo nel suo pieno completamento, risplende la sacra impronta che sul finire del V secolo il Vicario di Cristo impresse sui sentieri spirituali che attraversano questa antica città “dell’ala e della palma”, seppure posizionata oggigiorno in un’area geografica marginale. E proprio questa particolare collocazione che parrebbe sfavorevole, unita alla sua profonda eredità cristiana, la elegge a paradigmatico “rifugio nel deserto”, espressione che ci proietta al capitolo 12° del libro dell’Apocalisse, laddove rappresenta la lotta nel cielo – cioè nella Santa Chiesa di Dio – tra San Michele con i suoi angeli e il grande drago satanico con le sue schiere ribelli e decadute. L’esito della lotta escatologica, come sappiamo, è già segnato.
Rincresce constatare che sotto la diretta autorità degli angeli decaduti si trovino ahimè molti uomini in carne ed ossa, affiliati a gruppi organizzati di matrice occulta. Si tratta di una questione dolorosa che tocca da vicino anche il nostro tessuto sociale; ne sperimentiamo infatti le conseguenze rovinose ogni giorno, pur nella cecità o nella riluttanza generale a riconoscerne le cause prime; un processo drammatico che trascina il contesto locale in una spirale di progressivo impoverimento, compromettendone persino la crescita umana ed economica.
E dunque, di fronte alla grave crisi odierna della Chiesa – che dal centro si irradia ineluttabilmente ad ogni periferia –, è urgente riprendere il ruolo di San Michele nel libro dell’Apocalisse, dove agisce come supremo difensore della Sposa di Cristo e protettore del santo sacrificio della Messa. La lotta tra la stirpe della donna e il serpente, preannunciata nel libro della Genesi, giunge qui al culmine: il drago minaccia il figlio della donna, ma Dio li mette in salvo nel deserto, dove la donna viene nutrita per un congruo periodo di tempo (Ap 12,4-6). Interviene allora l’Arcangelo, che scaccia Satana dal cielo e dalla Chiesa terrena per permettere il trionfo del Regno di Dio. La Chiesa, custodita in luogo protetto (τόπος), può continuare a sopravvivere mentre altrove regna l’abominio. Guidata da Michele, la Provvidenza divina compie così il suo disegno di salvezza, liberando i veri fedeli in Cristo dal potere delle tenebre.
Tutto ciò ci porta a considerare sotto una luce diversa la natura della “missione grandissima” affidata da Dio al Frate stigmatizzato del Gargano in questa terra molisana – ne ho parlato alcuni giorni fa proprio da queste stesse pagine –, tutta compresa com’è nella religiosa provincia “preferita da Cristo”, intitolata a lui medesimo e al Principe nobilissimo delle angeliche Gerarchie.
“Larino e San Michele”
(foto tratte dal web o dell’autore; altre fonti iconografiche: Studio Pilone, Giuseppe Guida, Walter di Pierro, Giuseppe Vitulli, Guerino Trivisonno; la ricostruzione a colori del “Santo Pellegrino” nella Grotta e la copertina del pieghevole elaborato per la “Posa della Prima pietra della chiesa della B. Maria Vergine delle Grazie” sono dell’autore di questo scritto)



















