Di Pino Miscione
RIPABOTTONI. Il prossimo 9 novembre segnerà il centenario della nascita di Piero Cappuccilli (1926-2005). Celebrato da un autorevole critico come il “principe dei baritoni”, l’indimenticabile artista continua ancora oggi a rappresentare un vertice assoluto della vocalità lirica. Questa nobile arte un tempo amata dalle masse ma ora misconosciuta ai più, dove ogni dramma è un falso – per citare i versi di un celebre brano di musica leggera, ben più noto, dedicato a un’altra sua icona –, che con un po’ di trucco e con la mimica puoi diventare un altro.
Cappuccilli era “diventato un altro” in un’infinità di occasioni, brillando costantemente in memorabili ritratti vocali, specie del repertorio verdiano: Nabucco, Macbeth, Rigoletto, Simon Boccanegra, e ancora Jago, il conte di Luna, Rodrigo di Posa, il creolo Renato, l’ottuagenario Foscari, il vecchio Germont, Amonasro. A ciò si aggiungono le sue digressioni nelle partiture belliniane, donizettiane, pucciniane e veriste, oltre alle preziose testimonianze discografiche lasciate in capolavori di Mozart, Rossini e Bizet. Un’eredità artistica percorsa da una profonda sensibilità espressiva, capace tuttora di ispirare le nuove generazioni di cantanti al punto da rendere naturale l’istituzione di un Concorso di canto lirico a lui intitolato.
Quest’anno – riferisce il figlio Pierpaolo, organizzatore dell’evento – era prevista la presenza del soprano Katia Ricciarelli. La cornice prescelta sarebbe dovuta essere ancora una volta la piazza principale di Ripabottoni, paese d’origine della famiglia. E invece, ecco il bis assai sgradito: il Concorso internazionale di Canto lirico “Piero Cappuccilli” non si è svolto nelle sue date abituali (la prima settimana di agosto). Un’inattesa battuta d’arresto che naturalmente non potrà strappare alcun applauso a scena aperta né chiamate alla ribalta. Quali fattori hanno determinato questa clamorosa débacle?
Per illustrare efficacemente la sgradevole piega che gli eventi hanno assunto, mi avvarrò di uno dei ruoli più emblematici del baritono, ovvero Carlo Gérard dall’opera Andrea Chénier di Umberto Giordano: Nemico della patria! Quante volte la sua inconfondibile, vibrante voce “metallica” ha riempito la vasta cupola dei templi della lirica più rinomati al mondo: la Staatsoper di Vienna, la Scala di Milano, il San Carlo di Napoli, ed altri ancora.
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La “patria” è in questo caso una “piccola patria”, quella che la lingua tedesca qualifica come Heimat: luogo dell’anima, dell’intimità, dei ricordi della prima infanzia, dove si tocca con mano quell’irriproducibile sensazione di familiarità, di sicurezza, di calore e di radici profonde. La “patria” è perciò in primo luogo il borgo molisano di Ripabottoni, un paese di pietra e di luce che custodisce una malìa senza tempo; un nido circondato dai colli dove la voce di Cappuccilli, stanca di girare il globo, tornava a farsi silenzio. L’ultima volta che vi sono tornato, qualche residente mi ha voluto indicare la vecchia casa di famiglia, quella che suo padre, ufficiale di Marina, aveva lasciato per trasferirsi a Trieste, dove il futuro cantante lirico avrebbe visto i natali. Qui egli usava fare ritorno per assecondare la propria passione venatoria, avvolto dalla quiete dei lieti boschi e delle radure soleggiate che circondano il paese.
Ebbene, a quanto pare, anche in questa “piccola patria” qualcuno – definirlo “nemico” suona forse esagerato, ma chissà – ha voluto fare il guastafeste. Si tratta di spiacevoli questioni, in definitiva, poiché il Premio aveva trovato il supporto convinto dell’Amministrazione regionale, che aveva destinato alla prestigiosa manifestazione le risorse necessarie, come pure la partecipazione attiva della massima autorità cittadina, benché rimasta in silenzio rispetto a qualche recente messaggio inviato. Eppure c’è stato, e forse c’è ancora, chi ha inopinatamente e artatamente creato ostacoli che hanno infine costretto gli organizzatori, con grande rammarico, a prendere la decisione più drastica e definitiva: annullare tutto.
Nemico della patria! Non ho avuto occasione di ascoltare qualche giovane baritono presentarsi al concorso con questa celeberrima aria del repertorio verista. Venivano da tutti i continenti; l’ultima volta – era la quarta edizione –, per accedere alla serata finale si sono presentati alle selezioni in trentanove: dalla vecchia Europa, dalle Americhe, dall’Oriente più remoto, dove l’arte del Canto lirico trova sempre grandi cultori ed estimatori. Giovani cantanti ambosessi: tenori, soprani e mezzosoprani, contralti, baritoni e bassi; familiarizzavano, stringevano legami di amicizia, portando in qualche modo anche loro questo piccolo angolo d’Italia nel cuore, e con loro il nome di questa “patria” spesso descritta come negletta, tante volte ancor più negletta a noi che qui siamo nati e qui viviamo, noi che finiamo spesso per esserne i primi, veri “nemici”.
Un Premio di Canto lirico che stava guadagnando un prestigio via via crescente nel panorama musicale, perché il nome di Cappuccilli suscita sempre vivo interesse e fa parlare di sé: innumerevoli sono stati i servizi delle televisioni regionali, gli articoli pubblicati online e su carta, ma soprattutto i giudizi autorevoli firmati da specialisti di spicco, che ne hanno verificato la serietà riconoscendone la crescente reputazione, grazie anche all’operato di giurie sempre qualificate, composte da cantanti d’opera, critici musicali, direttori d’orchestra e registi teatrali. Il nome di questa piccola terra d’Italia rompeva così i propri chiusi e rigidi argini geografici e culturali per risonare ben oltre i suoi confini.
Mossi dall’amor di patria, era inoltre proposito degli organizzatori favorire lo sviluppo di un indotto che, concretamente avviato, potesse ridondare a beneficio dell’intera comunità, ben oltre il mero aspetto economico. Una comunità piccola, già ridotta a poche centinaia di anime dai destini comuni delle aree interne, che nel giro di pochi decenni, per le implacabili leggi della demografia, rischia di spegnersi progressivamente fino a compromettere la sua stessa sopravvivenza. Qualora il Premio dovesse essere definitivamente soppresso o delocalizzato, se la lama calasse inesorabile a spezzare ogni legame vitale con questa terra, il colpo che implorando clemenza vogliamo scongiurare fino all’ultimo istante si abbatterebbe inizialmente su questo fragile borgo, per poi estendersi in qualche modo all’intera Regione.
Nemico della patria! Aria che, per l’intanto, presto verrà cantata altrove: Pierpaolo Cappuccilli, che ho trovato molto amareggiato eppur determinato a portare avanti in qualche modo il suo progetto, ha tenuto a far sapere che, per l’imminente centenario della nascita del celebre genitore, si terranno iniziative che vedranno il Teatro Verdi di Trieste come palcoscenico principale, proprio lì dove il padre ha mosso i primi passi nell’arte del Belcanto. Pur non mostrandosi del tutto convinto, ha anche accennato alla prospettiva che il Premio possa trovare nuovamente la via per questa terra, conseguendo nel prossimo futuro una sede alternativa, come ad esempio all’interno del Castello Monforte ovvero del Teatro Savoia, nel capoluogo regionale. Un’intenzione motivata dalla delusione – egli ha ribadito infatti il legame affettivo con il piccolo borgo appenninico – e dunque pienamente giustificata, anche se crediamo che il Premio debba poter tornare lì dov’è nato, nella sua “patria” naturale, considerando il suo trasferimento altrove, ancorché temporaneo, solo come extrema ratio. Ci auguriamo dunque che l’innominato autore di questa incresciosa evoluzione dei fatti voglia interrogarsi sulla propria condotta, traendone le opportune conseguenze, prima di incorrere nella riprovazione generale e vedersi bollato come “nemico”.
Ed ecco allora l’invito che rivolgiamo all’uditorio, con il sostegno del direttore di questa testata, nella speranza che trovi eco presso chi detiene una reale voce in capitolo. Un invito diretto in primis agli organizzatori e indirizzato ugualmente agli amministratori che hanno a cuore le sorti di questa terra dei padri, che è irrimediabilmente piccola – lo sappiamo – ma che non merita di essere ulteriormente ferita, sminuita o calpestata dal peso di diatribe localistiche, di qualunque portata esse siano. A prescindere da ogni responsabilità personale, sono loro – gli amministratori – che dovrebbero farsi carico di creare le condizioni affinché sia restituita la normalità agli eventi
Nemico della patria! Ma vogliamo seguitare nella lettura del libretto, voltando pagina: è vecchia fiaba che beatamente ancor la beve il popolo. Dunque, che non sia vero!? C’è da augurarselo: che realmente si possa cambiare aria mutandone estensione e tessitura, ed elevarla fino a farla tornare pura e trasparente. Come un bel dì di maggio.
Pino Miscione
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* Foto dell’autore scattate in occasione delle ultime due edizioni del Concorso.



















